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Il ricorso alla chirurgia estetica ha registrato nell’ultimo ventennio un graduale, significativo incremento, con un andamento in progressione geometrica che ne ha accentuato la diffusione ben oltre la sua, pur crescente, evoluzione tecnologica. La disciplina, un tempo orientata alla limitazione di invalidanti difetti estetici o al contenimento degli effetti di deturpanti patologie o di lesioni traumatiche, ha sviluppato nel tempo un nuovo ambito, parallelo, legato alla correzione, se non addirittura alla modificazione di tratti estetici, in assenza di alcuna necessità di natura sanitaria.
Il fenomeno trova la sua scaturigine e la sua crescente diffusione in un perverso incrocio di fattori:
- il peso sempre più esteso del mondo mediatico in tutte le sue multiformi sfaccettature;
- l’affermazione e l’elogio del culto del corpo, invasivi e martellanti, in un’accezione sempre più sbilanciata a favore della sua perfezione estetica piuttosto che della sua sanità;
- l’ostinata promozione di stili di vita, di alimentazione e di mode di abbigliamento ed immagine che indirizzano in modo costante e spietatamente incisivo alla massificazione ed al conformismo, che non consentono di considerare l’esistenza di caratteristiche personali molto diverse eppure analogamente importanti e di ammettere quindi l’evidente inadeguatezza di determinati cliché per taluni individui, a differenza di altri;
- la conseguente, dilagante frustrazione di quanti, di varia estrazione anagrafica e sociale e di entrambi i sessi, non si accettano, considerando per debolezza e condizionamento esterno il proprio aspetto non conforme agli imposti canoni estetici del momento, che si presumono essenziali ed imperativi ai fini del riconoscimento e dell’accettazione nel rispettivo gruppo sociale;
- la oramai diffusa promessa, offerta da certa parte del mondo della chirurgia estetica strumentalmente votata a cogliere la contingente opportunità di facili e cospicui guadagni, di poter gestire efficacemente ogni capriccio di presunto ringiovanimento o cambiamento di immagine.
La conseguenza di questa contaminazione di circostanze offre purtroppo frequenti esempi di grave spersonalizzazione, dell’anelito di vivere - emulandola - la vita di altri più che la propria, quando non l’evidenza del ricorso ad interventi inutili, maldestri, irrimediabili, non di rado privi di un’onesta e professionale valutazione medica e di un supporto psicologico, che rendono in casi estremi i tratti del corpo come grottesche, mostruose o tragicomiche maschere pronte a suscitare imbarazzo, ribrezzo, commiserazione o ilarità.
Ciò che risulta troppo spesso dimenticato, o quantomeno accantonato, è la considerazione che bellezza e fascino risiedano in larga parte nella personalità e nella cura della propria mente e del proprio corpo attraverso stili di vita sani, che comprendano corrette, mai estremizzate ed assolutamente individuali consuetudini fisiologiche, igieniche, alimentari, sportive, culturali e relazionali, in grado di delineare, descrivere ed evidenziare attraenti e persino irresistibili peculiarità.
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